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Diamo un’occhiata all’America della metà del secolo scorso, allo stile di vita dei suoi abitanti intorno agli anni in cui un articolo uscito sulla rivista più importante del paese “Life” svelò la vita usa e getta, mostrando una serie di oggetti casalinghi che “ eliminano il grosso delle pulizie domestiche”. 

Come accompagnamento, una fotografia di Peter Stackpole, ormai diventata un’icona, mostrava un’accozzaglia di articoli volanti. La traiettoria non ha importanza. In questa foto vediamo chiaramente i primi segni della valanga di rifiuti che gli ingegneri degli impianti di smaltimento non sanno più come arginare.

Erano ancora gli anni del dopoguerra. Le persone si spostavano dalle città e dalle campagne in zone residenziali create dal grande boom edilizio. Il boom demografico si stava intanto avviando.

Negli anni cinquanta il capo famiglia poteva guadagnare abbastanza per mantenere il suo nucleo. Le classiche bibite dissetanti erano latte, succo o acqua serviti in bicchieri di vetro.

Le mamme usavano i preparati in busta per fare le bevande fresche in estate. In occasioni speciali, Coca-Cola, 7 Up, aranciata e Ginger Ale venivano versati in bottiglie di vetro i cui vuoti venivano restituiti. I prodotti per la cura personale erano in flaconi, bottiglie di vetro o in tubi di alluminio.

Doveva ancora essere introdotto il balsamo per capelli, quell’ingegnoso insieme di siliconi che scivola lungo gli scarichi delle docce e minaccia di ricoprire l’habitat dei laghi e oceani di chiazze di surfactanti. 

I fast food e le stazioni di benzina con le loro caffetterie iniziavano a spuntare qua e là. 

Nel 1950, la casa tipo misurava in media 90 metri quadrati e ospitava 3-4 persone i cui vestiti e scarpe trovavano comodamente posto in cassetti che, secondo gli standard odierni, basterebbero a mala pena per la biancheria intima. 

Oggi, l’abitazione media è grande il doppio per un persona in meno.

Così come la natura occupa lo spazio vuoto, lo spazio domestico si riempie di cose, per lo più di plastica, che straboccano dai cassonetti dell’immondizia, nei negozi di beneficienza e nei magazzini affittati per alloggiare le cose superflue.

Da dove è venuta tutta questa roba?

Se la necessità è la pratica dell’ingegno, allora la guerra è la più prolifica delle madri. Sotto la guida dell’esercito, nel 1941, l’industria americana si riconvertì a macchina da guerra assumendo sembianze che il mondo non aveva mai visto. La Grande Depressione aveva obbligato tutti a una vita frugale. Manifesti e cinegiornali raccomandavano di mantenere una casa “ vittoriosa” coltivando e scambiandosi la frutta e la verdura del proprio giardino, consumando meno carne e burro, rammendando i vestiti vecchi anziché comprarne nuovi, e donando tutti gli oggetti di metallo alle comunità, per poterli riciclare e trasformarli in aeroplani, carri armati, jeep e armi per lo sforzo bellico. 

Ma questa storia non riguarda solo la plastica

Fu un cambiamento epocale dalla deprivazione e dalla frugalità all’abbondanza e allo sperpero. Quando il sacrificio era ancora nella norma, le scritture da cui si traeva ispirazione – dal Nuovo Testamento all’Almanacco del povero Richard, di Benjamin Franklin-, predicavano parsimonia e semplicità, in modo da nobilitare la realtà dello stile di vita della maggior parte delle persone.

Scrivendo nel 1830 dei suoi viaggi nell’America di quel tempo, Alexis de Tocqueville aveva ragione ad osservare: “ quanto più a fondo si scava nel carattere degli americani, si osserva che essi hanno cercato il valore di qualsiasi cosa in questo mondo solo con lo scopo di rispondere a un’unica domanda: quanti soldi mi farà guadagnare?” De Tocqueville attribuiva questo tratto alla fluidità dei confini tra classi sociali e alla promessa di successo nel mondo terreno.

La Rivoluzione Industriale fece sviluppare la classe media, ma la vera ricchezza rimase confinata a coloro che i quali controllavano le risorse e la produzione fino alla fine del XIX secolo.

Poi, con il cambio di secolo, l’economista Thorsten Veblen inventò l’espressione “consumo ostentativo”, applicandolo ai nouveaux riches della belle époque, i cui consumi dovevano veicolare lo status sociale di appartenenza.

Negli anni della post-Depressione, nell’America del dopoguerra, l’etica del “ non sprecare, non desiderare” doveva essere rimossa per permettere l’avanzata della parata di prodotti usa e getta nei supermercati.

La Madison Avenue faceva i primi tentativi. Nel 1924, Kimberly Clark ingaggiò un pioniere del settore della pubblicità, Albert Lasker, per reclamizzare uno dei suoi prodotti usa e getta: l’assorbente igienico Kotex. E Lasker disse la famosa frase: “ I prodotti che in assoluto preferisco pubblicizzare sono quelli che vengono usati una volta sola!”

Un economista degli anni 20 scrisse in modo profetico: “ La verità è che mentre ci sono limiti definiti alle possibilità di ogni prodotto naturale, almeno, in teoria, non ci sono limiti alle possibilità dei prodotti creati tramite processi chimici.” 

Il consumismo era già all’ordine del giorno nell’America del primo dopoguerra. Nel 1933 Herbert Hoover commissionò una ricerca all’economista Robert S. Lynd che avrebbe aiutato a spigare il crollo del ’29. Era intitolata “ Affecting People Consume” ( Influenzare i consumi delle persone).

Lynd scrisse che prima del crollo del ’29 gli esperti di marketing avevano sviluppato un’arte fine ed efficace che permetteva di sfruttare la fragilità umana per spingere al consumismo.

Loro vedevano “ incertezza del lavoro, incertezza sociale, monotonia, solitudine, il non riuscire a sposarsi, e altre situazioni che generano ansia, come opportunità per trasformare sempre di più i prodotti di consumo in strumenti di compensazione. Per ogni genere di frustrazione il mercato è pronto a rispondere con una panacea”. 

Così descriveva la terapia dell’andare a fare compere. 

Le scatole di cartone vennero usate per la prima volta dalla Kellogg’s nel 1906 per il suo nuovo prodotto, i fiocchi di mais. Una carta cerata esterna garantiva la freschezza del contenuto. 

La prima scatola di alluminio venne prodotta in Francia, quando napoleone offrì 12.000 franchi a chi avesse trovato un modo per conservare il cibo per l’esercito. Il confezionamento in fogli di alluminio divenne comune negli anni cinquanta, e le scatole di alluminio comparvero sugli scaffali dei supermercati negli anni sessanta.

E poi venne la plastica

Il primo flacone di plastica destinato a uso commerciale è il tubetto in PVC  disegnato nel 1947 dal dottor Jules Montenier, inventore del deodorante in spray.

Ma era la pellicola di plastica che avrebbe avvolto il modo e cambiato ogni cosa fornendo un materiale economico, leggero, impermeabile in cui i generi deperibili avrebbero potuto essere economicamente spediti via mare per lunghe distanze mantenendo la loro freschezza. Gi imballaggi di plastica aiutarono la liberazione degli alimenti e delle bevande dalla produzione locale.

E ci avrebbero portato nell’era dei rifiuti indistruttibili.

Ma quando accadde che le parole plastica e monouso divennero quasi sinonimi?

Le plastiche erano abbastanza speciali da essere riservate ai generi di consumo destinati a un uso durevole. Poi arrivò la Bic, una società francese che aveva acquisito i diritti per le prime penne a sfera, per quanto imperfette, per il largo consumo, le Biro, prodotte in Argentina. Dopo aver pensato a come evitare che l’inchiostro macchiasse, gli ingegneri della Bic optarono per un cilindro di polistirene trasparente con un foro di spillo per equalizzare la pressione.

Avendo conquistato il mercato europeo, la Bic acquistò le penne Waterman negli Stati Uniti nel 1958. Nel 2005 la Bic ha prodotto la sua miliardesima penna Bic Cristal. Ogni giorno 14 milioni di penne vengono vendute in 160 paesi in tutto il mondo.

Non se ne vedono troppe a galleggiare sulla superficie del mare perché il polistirene va a fondo. E sul fondo dell’oceano, probabilmente, se ne posarono trovare a milioni.

Galleggiano invece i pennarelli così come gli accendini, del resto.

L’accendino Bic venne lanciato nel 1973, il secondo sul mercato dopo quello della Gilette. Ma l’accendino della Bic costava la metà e nel 1984 Gilette abbandonò il mercato. 

La bic vende 250 milioni di accendini all’anno negli Stati Uniti ed è il primo marchio nel mondo per gli accendini usa e getta.

Questi accendini – che garantiscono 3000 accensioni- e i loro cloni cinesi sono diventati un elemento letale nella dieta degli albatri di Lysan. Un comunicato della Bic dice che la società è “ costernata” per i ritrovamenti di accendini negli stomachi di questi uccelli nelle isole più remote.

Ogni prodotto della Bic, inclusi i rasoi monouso, contiene 5-6 grammi di plastica – non molto, solo due o trecento grani di resina di plastica da fondere e modellare. Ma la massa diventa enorme quando ne produci miliardi di unità all’anno. 5 miliardi di accendini, penne e rasoi produrranno 30 milioni di tonnellate di plastica che dureranno più di chiunque tra quelli che leggeranno questo articolo, compresi i loro figli.

Il mercato non vuole che i vostri prodotti vengano conservati. Molte cose che una volta erano oggetti che venivano posseduti oggi sono diventati prodotti di consumo.

Con gli oggetti monouso arriva la spazzatura, e la spazzatura diventa immondizia che galleggia all’orizzonte. 

Cosa accadrebbe se ci fermassimo a pensare solo un momento in più davanti alle decine di migliaia di nuovi prodotti innovativi – alimenti, bevande, oggetti – che ci vengono proposti ogni anno?

Che cosa accadrebbe se prendessimo in considerazione quanti ce ne sono, e quanto, dei loro imballaggi, andrà a finire negli oceani?

Ho dedicato parte della mia vita a rispondere a questa domanda. Non è possibile dare risposte definitive, ma mi sento sicura di dire che “ cambierebbe molto”.

E se una fine preordinata per ogni cosa che costruiamo o acquistiamo fosse la regola e non l’eccezione?

Se avessimo un progetto simile, la plastica come materiale non sarebbe considerata di così scarso valore e non sarebbe gettata via con tanta leggerezza. I costi aggiuntivi per il pianeta per la produzione e lo smaltimento delle plastiche sono così esorbitanti che nessuno ci vuole pensare. Così, nelle nostre teste tendiamo a svalutare ancora di più la plastica – i prodotti usa e getta e gli imballaggi e i sacchetti e le bottiglie e i tubetti – e questo allevia la nostra ansia.

Senza una fine del gioco, tutto diventa inutile, tutto diventa mero spreco, e lo spreco è inutile.

Margherita Monti

Antropologa ambientale, consulente internazionale per UNESCO e IUCN, si batte da anni per la conservazione e protezione della natura. Ha visitato 175 paesi del mondo, appassionata di immersioni, trekking e meditazione.

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